Casi di recidive ernie discali operate

Casi di recidive ernie discali operate

Questo è il primo di una serie di articoli che riporta le risposte date da Alain Bernard ad un gruppo di neurochirurghi romani durante l’incontro di qualche anno fa.

Domanda:
Come spiega i casi di recidive di ernie discali operate?

Risposta di Bernard:
L’ernia discale, a parte quella di origine traumatica, non è una fatalità.
È spesso l’atto conclusivo di una degradazione progressiva del disco, dovuta ad un’utilizzazione di un segmento vertebrale al di fuori del suo determinismo fisiologico.
Questo può succedere per due ragioni:
Una ragione d’origine strutturale, per cui un qualsiasi livello vertebrale perde mobilità (IPO) e questa perdita di movimento viene compensata ad un altro livello, che se ne assume l’onere troppo al di là delle proprie possibilità (IPER).
Un esempio classico è quello di una cifosi rigida, che scende troppo in basso e determina che la lordosi si faccia unicamente sulla cerniera L5-S1.
La seconda è l’aspetto psicomotorio o comportamentale.
È chiaro che tra l’ambizioso e il rinunciatario, l’estroverso ed il timido, questa famosa cerniera non assume gli stessi bisogni.
Ho definito L5-S1 “STARTER” quella del primo, L5-S1 “POLTRONA” quella del secondo.
L5-S1 “STARTER” soffre per un eccesso di mobilità, L5-S1 “POLTRONA” per un eccesso di gravità, ma entrambe arrivano alla discopatia.
Saranno le successive condizioni di vita, il lavoro, lo sport ecc. a provocare o meno l’ernia su questo segmento predisposto.
Quando, a seguito di una fase acuta, l’obbiettività impone l’intervento, il quadro clinico si modifica positivamente, ma il meccanismo globale errato responsabile del danno resta tale e lo riproporrà ad un altro livello segmentario (od allo stesso).
L’analisi biomeccanica dell’osteopata, basata sulle Meccaniche di Littlejohn, metterà a punto una strategia di liberazione della zona primaria (IPO), “muta” dal punto di vista sintomatologico, per una riprogrammazione posturale. Questa rieducazione dovrà necessariamente includere la PROPRIOCETTIVITÀ.
La qualità del gesto, rivelatore di chi siamo, ha radici profonde ed è difficile modificarlo quando è poco economico.
A poco servono i consigli generici, che si leggono un po’ dappertutto: è necessario un specifico lavoro propriocettivo.

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